Il silenzio mediatico su 150 km di costa devastata
C’è una parola che negli ultimi giorni è stata usata con una leggerezza imbarazzante: maltempo.
Un termine neutro, quasi rassicurante, buono per ogni stagione. Peccato che venga applicato a 150 chilometri di costa devastata, strade spezzate, voragini, frane, comunità isolate. Chiamarla “una bufera” non è semplificazione: è mistificazione.
I telegiornali hanno mostrato a malapena una piccola voragine, qualche secondo di immagini sfocate, poi via. Fine del racconto. Nessun quadro d’insieme, nessuna mappa, nessuna proporzione. Come se il problema fosse locale, marginale, quasi fastidioso da raccontare fino in fondo.
Il punto non è solo cosa si racconta, ma quanto e come.
Perché l’informazione non è neutra: decide cosa è emergenza e cosa no. E quando un disastro viene ridotto a “disagi”, automaticamente sparisce anche l’urgenza di intervenire.
È impossibile non notare il doppio standard geografico.
Se un evento simile avesse colpito la Liguria, il Veneto o altre regioni del Nord, avremmo visto:
edizioni straordinarie dirette continue sopralluoghi istituzionali con giacca della Protezione Civile raccolte fondi, appelli, solidarietà nazionale
Qui invece no. Qui il disastro viene normalizzato.
Come se alcune zone del Paese dovessero essere strutturalmente abituate a cavarsela da sole, senza clamore, senza indignazione collettiva.
Il silenzio mediatico non è casuale e non è innocuo.
Meno se ne parla, meno pressione arriva alla politica.
Meno pressione, meno risorse.
Meno risorse, stessi disastri che si ripeteranno alla prossima pioggia “un po’ più intensa del normale”.
E così il problema non è più la devastazione, ma il fatto che “tanto succede sempre”.
Una narrazione comoda, che deresponsabilizza tutti.
Ma non è sempre così.
E soprattutto non è inevitabile.
Raccontare male un evento significa condannarlo a ripetersi.
Perché senza un racconto onesto non esiste memoria collettiva, e senza memoria non esiste prevenzione.
Questo non è solo maltempo.
È il risultato di anni di incuria, di territori fragili ignorati, di emergenze trattate come fastidi locali.
Ed è anche il risultato di un’informazione che sceglie quando accendere i riflettori e quando spegnerli.
Il vero disastro, oggi, non è solo quello che ha colpito la costa.
È il fatto che quasi nessuno lo sappia davvero.

